
C'è una frase che molti adulti in terapia pronunciano quasi sottovoce, come se confessassero qualcosa di cui vergognarsi: "Da piccolo ero io a consolare mia madre". Oppure: "Non potevo permettermi di stare male, perché c'era sempre qualcosa di più importante a cui pensare in famiglia." Storie diverse, ma con un filo comune: bambini che hanno imparato a occuparsi degli altri prima di occuparsi di sé. Bambini che hanno cresciuto i propri genitori, almeno emotivamente. Bambini che, diventati adulti, continuano a farlo — solo che adesso lo fanno con i loro partner.
Cos'è la parentificazione (o genitoralizzazione) e perché è importante capirla
Il termine parentificazione descrive un processo ben preciso: un bambino, generalmente tra i 6 e i 14 anni, assume ruoli e responsabilità che appartengono agli adulti, invertendo la direzione naturale della cura all'interno della famiglia.



Le persone che presentano lo schema della ricerca di approvazione e riconoscimento tendono ad attribuire un’importanza eccessiva all’approvazione e/o al riconoscimento da parte degli altri, finendo per trascurare i propri bisogni, le proprie esigenze più intime e le proprie inclinazioni naturali.
Le persone emotivamente inibite appaiono bloccate nel parlare, nel mostrare e nel vivere le proprie emozioni, specialmente quelle più intense e impulsive. Dal punto di vista affettivo si presentano spente, inespressive, poco spontanee e fortemente controllate — al punto che in alcuni casi sviluppano tratti di personalità ossessivo-compulsivi. Impostano la loro vita sulla razionalità, sulle abitudini e sulle regole, piuttosto che sul soddisfacimento dei propri bisogni emotivi.