Dott.ssa Chiara Francesconi

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Gelosia sana e patologica: è amore o ossessione?

“Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh!, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore!”

W. Shakespeare

 

La gelosia viene definita come uno stato emotivo nel quale vi è presenza di dubbio, più o meno giustificato, che la propria relazione sia messa a repentaglio dall’interesse e dalle attenzioni del proprio partner verso una terza persona. Si caratterizza, inoltre, per la presenza di rabbia, ansia, tristezza e senso di impotenza.

In altre parole, consiste nell’essere preoccupati per la convinzione o il timore che il bene che si desidera mantenere per sé sia o possa essere deviato verso altri. La gelosia scaturisce quindi da una minaccia, dalla sfiducia, dalla sospettosità e dalla convinzione che ciò che interessa al soggetto possa essergli sottratto da altri.

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"Bleah che schifo!" Che cos'è il disgusto?

Il disgusto è un’emozione innata e fondamentale. Rientra tra le emozioni di base, presenti in tutti gli esseri umani e animali. Essa insorge quando percepiamo qualcosa di potenzialmente “nocivo”, ovvero pericoloso per la nostra salute fisica e/o psichica e/o per la nostra “anima”. 

Cosa significa ciò? Abbiamo ereditato, dall’evoluzione della specie, il disgusto in senso “alimentare”, tuttavia la nostra cultura ci ha fatto sviluppare anche un disgusto più ampio legato all’ambiente, a valori, ad azioni e comportamenti, i quali possono essere ritenuti più o meno “ripugnanti”.

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La vulnerabilità emotiva.

La vulnerabilità emotiva caratterizza diverse problematiche psicologiche, sia come fattore di sviluppo che di mantenimento dei disturbi.

Ma che cosa si intende con questo termine? La vulnerabilità emotiva appare caratterizzata da tre aspetti:

  • alta sensibilità agli stimoli,
  • notevole intensità dell’emozione da essi provocata,
  • lento ritorno allo stato di quiete.

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La trappola del ricatto emotivo.

 Per poter instaurare relazioni affettive e interpersonali durature è necessario fare il possibile ed impegnarsi reciprocamente per mantenerle nel corso del tempo.

Tuttavia, alcune volte, questo “impegno” non deriva da una spinta interna, ma sembra “viziato” dalle richieste altrui. Cosa significa?

Spesso nei rapporti (da quelli genitore-figlio, a quelli amicali, a quelli tra partner) una delle due persone può ricorrere (più o meno consapevolmente e indirettamente) a strategie che gli consentono di ottenere il risultato, ciò che desiderano (solitamente si tratta di ricerca di vicinanza, attenzioni, favori…).

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Sentirsi soli

Secondo Weiss, il senso di solitudine non è che “un importante (e doloroso) segnale d’allarme sulle nostre relazioni: ci avverte che qualcosa non va, che dai nostri rapporti non riceviamo le risorse di cui abbiamo bisogno per il nostro benessere generale e per il nostro buon adattamento”.

In effetti sembra che la solitudine possa derivare dalla frustrazione di alcuni bisogni relazionali, che ricadono nelle categorie di bisogni di accudimento e bisogni di appartenenza.

I primi si riferiscono al bisogno di condividere la propria vita emotiva con altre persone, attraverso relazioni intime, stabili e profonde che assicurino disponibilità, affidabilità, protezione, rassicurazione, vicinanza fisica e psicologica. Dei secondi fanno parte il bisogno di sentirsi parte di una comunità, di condividere interessi, norme, valori di un gruppo, di sentirsi utili ed essere stimati.

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Frustrazione ed ingiustizia: le origini e la gestione della rabbia.

La rabbia, o l’ira, sono sentimenti intesi e primordiali. La letteratura, la storia, i miti antichi e la religione associano spesso questa emozione a figure potenti, giuste, nobili o divine (ricordiamo l’ira di Achille, la furia di Orlando, l’ira di Dio…). Arrabbiarsi è una condizione che si lega al senso di giustizia, alla violazione di leggi e norme, è quindi idonea reazione ai torti e alle offese. Chi si ribella viene ritenuto forte, coraggioso, impavido, e di animo generoso.

E poi c’è la visione opposta, anche in questo caso si ritrovano esempi nella religione e nella filosofia: l’ira come vizio capitale! Arrabbiarsi diviene allora inaccettabile, pari ad un peccato, non ammissibile neppure quando giustificato.

E’ così che si forma in noi il conflitto tra espressione ed inibizione della rabbia. E’ più giusto sfogarsi, manifestare la propria emozione, il proprio disappunto, o piuttosto mantenere la calma, farsi scivolare le cose addosso?

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Il processo del perdono

Le relazioni interpersonali soddisfano il bisogno umano di affiliazione, ma sono anche la fonte di alcune tra le più dolorose ferite. Quando offese da parte di un amico, deluse da un confidente, abbandonate dal partner, molte persone tendono a porsi sullo stesso piano del trasgressore, portando rancore, chiudendo i rapporti, o peggio ancora ricercando vendetta. L’essere umano sembra avere una tendenza innata a ricambiare offese ed aggressioni con comportamenti ed atteggiamenti ancor più aggressivi.

La ricerca di un’equa redistribuzione appartiene alla natura umana ed è biologicamente, culturalmente e psicologicamente radicata. Tuttavia, la vendetta raramente viene percepita come giusta e riequilibrante. Le vittime tendono a vedere la trasgressione subita più dolorosa e dannosa rispetto a quella che potrebbero infliggere al trasgressore. D’altro canto, il colpevole riterrà che la reazione della vittima sia maggiore rispetto al danno inizialmente compiuto, e ciò scivolerà in un circolo vizioso di ripicche e rivalse sull’altro.

Un fattore significativo che può aiutare a far fronte in maniera adattiva alle inevitabili fratture relazionali quotidiane è la capacità di perdonare. L’inclinazione a perdonare ha importanti implicazioni non solo per il benessere delle relazioni, ma anche per il benessere personale.

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Insoddisfazione e scarsa autostima: i meccanismi psicologici dell'invidia.

L'invidia è una confessione d'inferiorità. - Honoré de Balzac, Massime e pensieri di Napoleone, 1838

Vizio capitale o meccanismo di difesa?

L’invidia è una emozione socialmente condannata, vissuta spesso in solitudine, e difficile da ammettere anche verso se stessi. Appare costituita da un sentimento di malanimo, più o meno intenso e duraturo, nei confronti di un’altra persona che ha qualcosa che noi vorremmo avere e che crediamo di non poter raggiungere. Il “qualcosa” in questione può riferirsi veramente a tutto. Si può essere invidiosi di beni materiali, qualità caratteriali, fisiche ed intellettive, status sociale, etnie di appartenenza e così via.

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Riferimenti terapeutici

Schema Therapy, Teoria dell'Attaccamento, Circle of Security, Mindfulness, Alleanza Terapeutica, Psicoeducazione.

Autori: J.Young, J.Bowlby, Jon Kabat Zinn, G. Liotti, Aaron Beck & Albert Ellis

Dott.ssa Chiara Francesconi - Psicologa Psicoterapeuta Cognitiva - Fano/Lucrezia/Mondavio - Pesaro Urbino

Isc. Albo Psicologi Regione Marche, n°2234/sez.A P.iva 02495380418

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