"Sei permaloso?" - Forse sei solo sensibile!

essere permalosiQuante volte ci siamo sentiti dire: "Sei troppo sensibile", "La prendi sempre sul personale", "Non ti si può mai dire niente"?

L'etichetta di permaloso viene distribuita spesso e volentieri — e quasi sempre da chi ha appena detto qualcosa che ha fatto male. Eppure quella parola pesa, perché contiene un giudizio: che la nostra reazione sia eccessiva, sproporzionata, sbagliata.

Ma è davvero così? O forse c'è qualcosa di più sottile da capire?

Cosa significa "permaloso": la definizione del vocabolario

Partiamo dalla radice. Il vocabolario Treccani definisce permaloso come: "persona facile a offendersi, che per eccessivo amor proprio si risente e s'indispettisce di atti e parole che altri non considererebbero offensivi e che per lo più non sono tali nelle intenzioni."

La definizione è interessante perché contiene già un presupposto: che le parole o gli atti non siano realmente offensivi. Ma chi lo stabilisce? E siamo certi che sia sempre così?

In psicologia, la realtà è più sfumata. Sentirsi feriti non è automaticamente un difetto di carattere. La reazione emotiva è sempre un segnale — e quel segnale merita di essere capito, non liquidato con un'etichetta.

"Sei permaloso" è spesso un modo per non assumersi la responsabilità di quello che si è detto

La prima cosa che vale la pena chiedersi quando ci viene appiccicata l'etichetta di permaloso è: cosa è stato detto, esattamente?

Esiste una categoria di commenti che vengono presentati come critiche costruttive o giustificati con il classico "te lo dico per il tuo bene", ma che nella sostanza sono osservazioni sgradevoli, giudicanti o irrispettose. Frasi come: "Sei sempre stata un po' pesante, te lo dico perché mi importa di te", "Dovresti vestirti in modo più sobrio, dai retta a me", "Non sei mai abbastanza preciso/a, lo sai anche tu". 

Quando la nostra reazione a queste parole viene definita "permalosità", in realtà si sta usando quell'etichetta per spostare l'attenzione: dal contenuto di ciò che è stato detto alla nostra risposta emotiva. Il problema diventa come reagiamo, non cosa ci è stato detto.

In questi casi, sentirsi feriti è una reazione del tutto legittima. Non siamo permalosi — siamo persone che hanno recepito un messaggio sgradevole e che hanno il pieno diritto di dirlo.

Quando invece il segnale viene da dentro: le ferite aperte

C'è però un'altra situazione, più delicata e più interessante da esplorare.

A volte ci accorgiamo che certe parole o certi argomenti ci toccano in modo sproporzionato rispetto alla situazione. Una battuta di un amico sulla nostra famiglia ci manda su tutte le furie. Un commento sul lavoro ci lascia abbattuti per giorni. Una critica sul nostro aspetto fisico ci fa stare male in modo che ci sorprende noi stessi.

In questi casi, la reazione intensa non è causata solo da ciò che è stato detto. È causata da qualcosa che quella parola ha toccato dentro di noi — una ferita che non si è ancora rimarginata, un'area della nostra vita in cui ci sentiamo ancora vulnerabili, un tasto dolente che non abbiamo ancora esplorato.

Questi "punti sensibili" possono riguardare molte cose: la percezione di sé, il senso di valore personale, esperienze passate di rifiuto o umiliazione, relazioni in cui ci siamo sentiti non abbastanza. La ferita è reale, ma viene riattivata da stimoli del presente — anche quando questi stimoli, oggettivamente, non sarebbero così gravi.

Non siamo permalosi nemmeno in questo caso. Siamo persone con una storia, e quella storia lascia tracce.

Due strade possibili: assertività o consapevolezza

Una volta chiarito da dove viene la nostra reazione, si aprono due percorsi, non alternativi ma complementari.

1. Sviluppare l'assertività: hai il diritto di sentirti ferito

Se la reazione è legittima — se ci è stato detto qualcosa di sgradevole o irrispettoso — la risposta più sana non è inghiottire la cosa in silenzio né esplodere. È comunicare come ci siamo sentiti, in modo diretto e calmo.

L'assertività è esattamente questo: la capacità di esprimere i propri bisogni, pensieri ed emozioni rispettando sé stessi e l'altro. Non significa essere aggressivi, né dover accettare tutto senza fiatare. Significa poter dire, ad esempio:

"Quando hai detto quella cosa mi sono sentita ferita. Non mi è piaciuto il modo in cui è stata formulata."

Esercitare questa capacità richiede pratica, e spesso anche un lavoro su di sé — ma è una delle competenze più preziose che si possano sviluppare nelle relazioni.

2. Usare la reazione come mappa: cosa mi sta dicendo di me?

Se invece ci accorgiamo che la nostra reazione è più intensa di quanto la situazione sembri giustificare, vale la pena fermarsi e fare una domanda curiosa a noi stessi: perché questa cosa mi ha colpito così tanto?

Non per colpevolizzarsi — non è una debolezza avere aree sensibili — ma per iniziare a conoscersi meglio. Quella reazione può essere l'inizio di un percorso di consapevolezza: capire quale ferita è stata toccata, da dove viene, e se è qualcosa su cui vogliamo lavorare.

Questo è esattamente il tipo di esplorazione che si può fare in un percorso terapeutico. La terapia non serve a diventare "persone senza reazioni" o ad avere la pelle più spessa. Serve a capire perché certe cose fanno ancora male, e a costruire un rapporto più libero con la propria storia emotiva.

 

La sensibilità non è un difetto

C'è un ultimo punto che vale la pena nominare esplicitamente.

Viviamo in una cultura che tende a premiare la durezza e a svalutare la sensibilità. Chi si commuove facilmente, chi sente le cose in modo intenso, chi viene toccato dalle parole degli altri viene spesso trattato come se avesse qualcosa da correggere.

Ma la sensibilità è anche la capacità di entrare in contatto con gli altri, di cogliere sfumature, di provare empatia. Non è un bug del carattere. È una parte di come si è — e come ogni caratteristica, può essere compresa, orientata, integrata. Non eliminata.

Se ti riconosci in quello che hai letto — se senti di reagire in modo intenso ad alcune situazioni e non riesci del tutto a capire perché — potrebbe essere il momento giusto per esplorarlo.

 

FAQ: Domande frequenti

Qual è la differenza tra essere permaloso e essere sensibile?

La permalosità, nella sua accezione più comune, implica una reazione eccessiva e non giustificata. La sensibilità è invece una caratteristica emotiva che può portare a sentire le cose in modo più intenso — e che non è di per sé un problema. La differenza sta nel capire se la reazione è proporzionata alla situazione e da dove nasce.

Come faccio a sapere se la mia reazione è sproporzionata?

Un buon punto di partenza è chiedersi: chiunque al mio posto si sentirebbe ferito da questa cosa, o sto reagendo in modo molto più intenso della situazione? Se la risposta è la seconda, potrebbe valere la pena esplorare cosa ha toccato dentro di te, al di là di quello che è stato detto.

Lavorare sull'assertività aiuta?

Sì, molto. Imparare a esprimere come ci si sente — senza attaccare né inghiottire — trasforma le situazioni difficili in momenti di comunicazione autentica. È una competenza che si impara, non un talento innato.

La terapia può aiutare con la sensibilità eccessiva?

Assolutamente sì. La terapia non ha l'obiettivo di renderti meno sensibile, ma di aiutarti a capire da dove vengono le tue reazioni più intense — e a fare pace con quelle parti di te che ancora fanno un po' male.

 

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Dott.ssa Chiara Francesconi, psicologa psicoterapeuta

Articolo scritto da

Dott.ssa Chiara Francesconi

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, si occupa di disturbi alimentari, disturbi d'ansia e schema therapy. Iscritta all'Albo degli Psicologi della Regione Marche n°2234. Offre percorsi di psicoterapia online tramite videochiamata.

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