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Il percorso verso il cambiamento

"Cambiare o non cambiare questo è il problema!”

È questo l’interrogativo che più spesso ci attanaglia l’esistenza. Restare come siamo, nella situazione attuale, con i pro e i contro del momento, o cambiare, apportare delle modifiche, tentare qualcosa di diverso? E se poi è peggio? E se non ci si riesce? E se non era il momento buono?... e spesso si finisce per scegliere di mantenere la condizione attuale, o al massimo si conclude con un classico : “inizierò domani/il prossimo mese/dopo le prossime feste”.

Il cambiamento può riguardare qualsiasi cosa dallo smettere di fumare, all’iniziare un’attività fisica, a prendere contatti con un medico, a modificare un comportamento o un atteggiamento e tanto altro ancora. 

 

L’ambivalenza è un’esperienza piuttosto comune. Alcune volte viene vista in maniera patologica, come un qualcosa di sbagliato, come se la persona avesse un metro di giudizio distorto, non conoscesse bene la realtà o come se fosse caratterizzata da scarsa motivazione. In realtà avere sentimenti contrastanti rispetto a qualcosa sembra la regola, piuttosto che l’eccezione.

Inoltre le persone sono sempre motivate verso qualcosa. Una persona che soffre di qualche fobia potrebbe sentire il desiderio di affrontare la situazione temuta, magari perché l’evitamento comporterebbe la privazione di qualcosa di importante, tuttavia la paura di sentirsi male o di aver un attacco di panico è più forte del resto. Anche coloro che hanno qualche dipendenza nonostante siano consapevoli dei rischi e degli svantaggi legati ai loro comportamenti perseverano nel mantenerli perché altrettante motivazioni li sostengono in quel senso.

Allora quand’è che avviene il cambiamento?

La credenza popolare sembra indicare che più una persona soffre di una determinata condizione più sarà predisposta a prendere in considerazione il cambiamento. Purtroppo invece non è questo quello che avviene. Anzi, alcune volte quando tutto sembra andare male e a rotoli, ci si aggrappa ancora di più a quel piccolo spiraglio/vizio/atteggiamento che porta un qualche momentaneo attimo di benessere.

Cosa serve allora? Intanto bisogna premettere che ognuno di noi ha dei propri valori e desideri, ordinati gerarchicamente, in cui possiamo distinguere le cose fondamentali, da quelle più superflue (ad esempio una persona potrebbe voler essere un buon genitore, avere un bell’aspetto, ottenere una buona posizione lavorativa, conoscere molta gente, viaggiare, avere un cane…e ovviamente tutte queste cose non avranno lo stesso valore). Inoltre ogni persona funziona come un “termostato” che si autoregola: monitoriamo la situazione attuale e facciamo un paragone tra questa e il nostro “ideale” per vedere se occorrono modifiche o se invece siamo sulla strada giusta. Quando non vengono rilevate forti discrepanze, è piuttosto improbabile che si mettano in atto dei cambiamenti ai propri comportamenti. Quando invece si nota una differenza piuttosto rilevante tra ciò che c’è ora e ciò che in realtà vorremmo, allora è possibile che si inneschi un processo di cambiamento. Ma questo non basta. Per spingerci ancora oltre nel processo è necessario che il valore e il desiderio a cui aspiriamo sia abbastanza importante, altrimenti il disagio sarà colmato da un cambio di pensiero come “in fondo, questa cosa non è poi così rilevante, posso farne a meno”.

Quindi, vediamo che qualcosa non “quadra”, decidiamo che per noi è importante quell’obiettivo e dobbiamo fare qualcosa… e allora cambiamo? No. Serve ancora qualcos’altro: la fiducia in se stessi, il sentirsi in grado di affrontare quel cambiamento, di saper o poter fare quella cosa che porterà al cambiamento. Se non vediamo una via d’uscita, perché pensiamo di non essere capaci di fare una determinata cosa, o siamo pessimisti in generale, sul fatto che tanto tutto andrà male, anche in questo caso potremo giungere alla conclusione “difensiva” citata poco fa, quel pensiero del “non è poi così importante”, “non è poi così male anche stare così”, o proiettare il problema sugli altri “non sono io ad essere sbagliato ma sono gli altri, il mondo ecc”.

Sapere quali sono i passi utili al cambiamento serve non solo agli psicologi e terapeuti per aiutare le persone che richiedono aiuto, ma anche per la quotidiana esperienza di tutti noi. Chi non ha avuto un partner, un amico, un figlio in preda a qualche dilemma! Magari la situazione dall’esterno appariva chiara: secondo i nostri valori la strada da intraprendere era ovvia. Forse non lo era altrettanto per loro, per i loro desideri e per la loro fiducia in sé.

Instillare, suggerire, indirizzare verso un determinato cambiamento, che magari è effettivamente positivo, ma che non è sentito proprio, interiorizzato dall’altro, è spesso inutile, frustrante e controproducente per entrambe le parti.

L’altro si sentirà non capito ed attaccato e finirà col mettersi sulla difensiva, controbattendo le motivazioni che lo portano a restare allo status quo. La parte più negativa di tutto ciò è che, secondo la teoria dell’autopercezione, le persone imparano e si convincono più da quello che sentono provenire dalla loro stessa voce che non da quella altrui. Ovvero sostenendo i pensieri di tipo difensivo citati prima, ci si convince sempre più della loro veridicità.

E’ fondamentale mettersi in ascolto e comprendere le ragioni altrui. Quello che già sosteneva Mary Lou Casey era che “in fondo quello di cui le persone hanno realmente bisogno è un buon ascoltatore”.

 

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Autori: J.Young, J.Bowlby, Jon Kabat Zinn, G. Liotti, Aaron Beck & Albert Ellis

Dott.ssa Chiara Francesconi - Psicologa Psicoterapeuta Cognitiva - Fano/Lucrezia/Mondavio - Pesaro Urbino

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