
Immaginate di aprire lo smartphone per controllare un messaggio e ritrovarvi, quaranta minuti dopo, a scorrere video su video senza ricordare come ci siete arrivati. Oppure di sedervi per leggere un articolo interessante e scoprire che dopo pochi paragrafi la mente comincia già a vagare, cercando istintivamente qualcosa di più breve, più rapido, più immediato. Se vi siete riconosciuti in almeno una di queste situazioni, non siete soli — e no, non è necessariamente un segno che "la tecnologia vi sta distruggendo il cervello".
Il fenomeno del brain Rot — letteralmente "marciume cerebrale" — è stato eletto Parola dell'Anno 2024 dall'Oxford University Press, ed è diventato uno dei termini più discussi nell'ambito della salute mentale digitale.
Partiamo da un punto fermo, spesso dimenticato nel dibattito pubblico: la tecnologia digitale ha trasformato la vita umana in meglio in innumerevoli modi. Internet ha democratizzato l'accesso alla conoscenza, abbattuto barriere geografiche e culturali, permesso a persone isolate di trovare comunità e supporto, rivoluzionato la medicina, l'istruzione, la comunicazione. I social media, per quanto spesso criticati, hanno dato voce a chi non ne aveva, hanno alimentato movimenti sociali, hanno permesso a famiglie divise da oceani di restare vicine.
Anche sul fronte cognitivo, un uso consapevole della tecnologia può portare benefici concreti: i videogiochi ben progettati sviluppano capacità di problem-solving, coordinazione e pensiero strategico; le app di meditazione guidata riducono lo stress; i podcast e i documentari stimolano la curiosità intellettuale; gli strumenti digitali di apprendimento rendono lo studio più accessibile e personalizzato.
Il problema, quindi, non è la tecnologia in sé. È la passività con cui, sempre più spesso, la utilizziamo.
Sorprenderà sapere che il termine "brain rot" non è stato inventato da qualche guru del benessere digitale contemporaneo. Fu Henry David Thoreau a usarlo per la prima volta nel suo Walden, pubblicato nel lontano 1854. Thoreau lo utilizzò per descrivere qualcosa di sorprendentemente attuale: il graduale atrofizzarsi della capacità di pensare in profondità, di concentrarsi, di essere pienamente presenti nel mondo. Non stava parlando di TikTok, ovviamente — ma stava già mettendo in guardia contro il pericolo di una mente che si impigrisca per mancanza di stimoli autentici e di impegno genuino con la realtà.
Per capire il brain rot, bisogna capire come funziona uno dei sistemi più antichi del nostro cervello: il sistema della ricompensa dopaminergico. La dopamina è un neurotrasmettitore che il cervello rilascia in risposta a esperienze piacevoli o inaspettatamente gratificanti — un buon pasto, una notizia interessante, un complimento ricevuto. Questo sistema si è evoluto per motivarci a cercare ciò che è utile alla sopravvivenza e al benessere. Il problema è che le piattaforme digitali moderne sono progettate con una precisione quasi chirurgica per sfruttare questo sistema. Ogni notifica, ogni like, ogni nuovo video nella coda di YouTube o nel "For You Page" di TikTok attiva una piccola scarica di dopamina.
Il risultato non è un danno fisico al cervello nel senso letterale del termine, ma qualcosa di altrettanto significativo: un progressivo impoverimento delle capacità cognitive che si ottengono e si mantengono solo attraverso l'uso attivo della mente.
Due comportamenti digitali specifici identificati dalla ricerca scientifica come particolarmente correlati al brain rot sono: il doomscrolling, ovvero la tendenza compulsiva a scorrere notizie negative, allarmistiche o disturbanti, in un loop da cui è difficile uscire; e lo zombie scrolling scorrere (scrollare) senza alcun fine, in uno stato quasi dissociativo, alla ricerca di qualsiasi cosa rompa la monotonia. Chi lo fa spesso non ricorda nemmeno cosa ha visto.
La memoria è la prima funzione cognitiva a risentirne. Il flusso incessante di notifiche e la velocità con cui si consuma l'informazione impediscono quella elaborazione profonda che è necessaria per la memorizzazione a lungo termine. È come cercare di riempire un secchio con un getto d'acqua troppo forte: l'acqua non entra, schizza via.
L'attenzione subisce anch'essa una trasformazione significativa. Un ambiente digitale basato su stimoli brevissimi e sempre variabili addestra il cervello a una modalità di attenzione frammentata, superficiale, che salta rapidamente da un oggetto all'altro. Il problema è che questa modalità tende poi a generalizzarsi: chi è abituato ai video da trenta secondi fa sempre più fatica a seguire una lezione universitaria, a leggere un romanzo, a sostenere una conversazione lunga e complessa.
Chi è più esposto?
La ricerca si concentra soprattutto sugli adolescenti e i giovani adulti delle generazioni Gen Z (nati tra il 1995 e il 2009) e Gen Alpha (nati dopo il 2010), e le ragioni sono intuitive: queste generazioni sono cresciute immerse nella tecnologia digitale, senza aver mai conosciuto un'infanzia o un'adolescenza pre-smartphone. Il loro cervello — ancora in piena fase di sviluppo, con le aree deputate al controllo degli impulsi e alla regolazione emotiva che maturano fino ai 25 anni — si è formato in un ambiente di iper-stimolazione digitale costante.
Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi solo i giovani. Gli adulti di tutte le età possono riconoscersi in questi meccanismi: la difficoltà a staccarsi dal telefono, la sensazione di non riuscire più a concentrarsi come prima, il senso di vuoto e stanchezza mentale dopo ore trascorse a scorrere feed. Il brain rot è un fenomeno generazionale nei suoi contorni, ma umano nella sua essenza.
Cosa si può fare concretamente
La buona notizia è che il cervello è plastico: le abitudini si possono cambiare, e le capacità cognitive si possono recuperare. Non servono misure drastiche o rinunce totali — servono piccoli cambiamenti consapevoli e costanti.
Monitorare il proprio uso è spesso il primo passo più efficace. Anche scegliere i propri contenuti invece di delegare la scelta agli algoritmi, migliora l’esperienza digitale e riduce gli effetti collaterali. Reintrodurre attività “reali” come leggere libri cartacei, camminare senza auricolari, cucinare, disegnare, suonare uno strumento, fare giardinaggio, praticare sport: queste attività non sono semplici passatempi nostalgici. Sono esperienze che richiedono attenzione sostenuta, impegno motorio o cognitivo attivo, presenza nel momento — tutte qualità che il consumo digitale passivo non offre, e che il cervello ha bisogno di esercitare. Investire nelle relazioni: le connessioni umane profonde — quelle che si costruiscono nel tempo, con ascolto autentico e presenza fisica — alimentano quella resilienza emotiva e cognitiva che protegge dai danni del sovrastimolazione digitale.
Se vi ritrovate a non riuscire a smettere di usare lo smartphone anche quando vorreste, se avvertite ansia o irritabilità quando siete lontani dai dispositivi, se la sensazione di nebbia mentale e scarsa concentrazione è diventata costante, se notate che il vostro umore è sempre più influenzato da ciò che vedete sui social, o se vi accorgete di aver progressivamente smesso di fare cose che prima vi piacevano perché il tempo viene assorbito dallo schermo — questi sono segnali che vale la pena ascoltare con attenzione.
In questi casi, parlare con un professionista della salute mentale — uno psicologo o uno psicoterapeuta — può essere un passo prezioso. Un terapeuta può aiutare a capire le radici di quei comportamenti — spesso legate a bisogni emotivi profondi, come la ricerca di stimolazione, il timore della noia, il bisogno di connessione o l'evitamento di emozioni difficili — e a costruire strategie personalizzate per ritrovare un rapporto più sano ed equilibrato con la tecnologia.
Bibliografia: Yousef A.M.F., Alshamy A., Tlili A., Metwally A.H.S. — "Demystifying the New Dilemma of Brain Rot in the Digital Era: A Review", Brain Sciences, 2025.
