Dott.ssa Chiara Francesconi

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Controllare e gestire le emozioni nello sport.

 Lo sport è un’esperienza carica di emozioni. Una vittoria importante può scatenare gioia e felicità così come una pesante sconfitta può portare tristezza e delusione. Lo stato emotivo dell’atleta può incidere sull’esito della competizione, influenzando la sua prestazione durante l’allenamento e in gara.

Secondo la definizione formulata da Deci (1980) l’emozione è una reazione ad uno stimolo (reale o immaginato, pensiero), che comporta modificazioni a livello fisiologico (interno e della muscolatura). L’emozione viene sperimentata in modo soggettivo e personale, può essere comunicata attraverso vari canali come espressioni facciali e tendenze all’azione, ed è in grado di mediare ed attivare i successivi comportamenti.

L’emozione diventa quindi sinonimo di risposta: la varietà di stimoli capace di innescare una reazione emotiva è molto ampia: si può parlare di stimoli ambientali esterni (percepibili attraverso i canali sensoriali: visivi, uditivi, olfattivi ecc..) o stimoli interni (pensieri, sensazioni viscerali, o per esempio il battito cardiaco).

 

Inoltre, ruolo centrale e perno della reazione emotiva sembra essere il processo cognitivo, ossia la valutazione soggettiva dello stimolo. Non si reagisce in maniera emotiva ad un qualcosa che percepiamo come insignificante o non rilevante. Le persone sono felici di qualcosa, tristi per qualcosa, intimorite da qualcosa. Ciò non significa che il soggetto sia sempre consapevole del motivo per cui sperimenta l’emozione, il processo può avvenire anche inconsciamente.

Secondo il modello delle emozioni di Lazarus, le emozioni compaiono quando un individuo valuta l’ambiente in maniera significativa (positiva o negativa) rispetto al suo benessere. Le valutazioni si basano sulle motivazioni individuali: gli obiettivi che intendo raggiungere e le risorse che mi sono necessarie per ottenerli, mi permettono di valutare l’ambiente in modo minaccioso o benefico.

Gli obiettivi sono ordinati in maniera gerarchica, e più l’obiettivo è importante più le emozioni associate saranno intense. Per esempio, una campionessa di nuoto non sarà particolarmente delusa in caso dovesse mancare ad un evento del club ma si sentirà molto depressa se un infortunio non le permetterà di partecipare ai Giochi Olimpici, che probabilmente sono molto più importanti per la sua carriera.

Ma esiste anche una valutazione “secondaria” che riguarda gli sforzi e le abilità che servono per gestire la situazione che si presenta. In questo caso si parla di valutazione del coping (cioè la valutazione delle proprie capacità) e valutazione delle aspettative future. Un velocista dei 100 metri potrebbe ritenersi inferiore ai suoi avversari sulla linea di partenza e immaginarsi che la corsa andrà male, attivando una certa dose d’ansia e scarsa motivazione alla competizione. Un altro sprinter potrebbe comunque giudicarsi inferiore, sulla base di dati oggettivi dei tempi ottenuti in passato, ma sentirsi fiducioso nelle sue condizioni attuali e desideroso di mettersi ulteriormente alla prova, prefigurandosi il raggiungimento di una buona postazione tra i concorrenti. Un terzo atleta potrebbe avere troppa fiducia nelle sue capacità e dare per scontato il risultato di vittoria finale, ed arrivare in pista eccessivamente tranquillo e non allenato.

Ogni valutazione comporta l’attivazione di emozioni positive o negative, che possono influenzare l’andamento della prestazione sportiva.

Avevamo definito le emozioni come reazioni, che comportano modificazioni a livello fisiologico e provocano tendenze all’azione. Vediamo cosa significano queste espressioni.

Per modificazioni fisiologiche si intendono i cambiamenti a livello corporeo (esterni ed interni) e biochimico. Per esempio, un individuo che si imbarazza può arrossire, mentre un altro che sperimenta paura sbiancherà in volto. Altri cambiamenti riguardano l’espressione facciale (sorriso, occhi bassi, corrugazione della fronte ecc),mentre altri possono essere meno visibili ma immediatamente rilevabili dal soggetto (come la frequenza del battito cardiaco o del respiro), infine vi sono alterazioni che possono essere rilevate soltanto attraverso misure biochimiche (livello di ormoni, neurotrasmettitori, ecc).

Il ruolo dell’attivazione fisiologica è importante per l’esperienza emozionale nell’ambito sportivo: tali cambiamenti possono compromettere il funzionamento fisico e di conseguenza la prestazione. Alcune emozioni sono accompagnate da un incremento dell’attivazione o arousal (ansia, eccitazione) e altre ad una riduzione (tristezza, delusione), mentre altre ancora non risultano correlate a nessun cambiamento (senso di colpa). Le ricerche hanno rilevato che elevati livelli di attivazione possono incrementare la forza anaerobica che aumenta la prestazione per semplici compiti fisici. Tuttavia, tale attivazione sembra compromettere i compiti motori fini, in quanto incide sulla tensione muscolare, rendendo difficile la coordinazione e la destrezza manuale. I livelli di attivazione vanno monitorati e controllati durante lo svolgimento di allenamenti e gare al fine di trovare il giusto mix per una prestazione eccellente.

Con il concetto di tendenza all’azione ci si rivolge al fatto che le emozioni incidono sui successivi comportamenti. Per esempio, un calciatore che si senta imbarazzato per aver eseguito dei passaggi errati potrebbe non chiamare più la palla per evitare di ricadere in ulteriori errori. Per contro, l’atleta potrebbe ricercare il possesso palla il più possibile per dar prova delle sue reali prestazioni e per rimediare al senso di colpa. Il verificarsi di queste tendenze all’azione ha una forte implicazione per il comportamento nell’ambito sportivo, può infatti portare verso l’obiettivo così come allontanare da esso.

Per ultimo, ma non meno importante, le emozioni incidono sui livelli di attenzione e concentrazione: forti reazioni emotive possono compromettere la concentrazione e restringere l’attenzione. L’attenzione focalizzata può essere positiva se contribuisce a tener fuori i fattori distraenti, ma diventa debilitante se il focus è rivolto a stimoli irrilevanti per il compito. Inoltre un focus eccessivamente ristretto porta comunque alla perdita di importanti elementi.

Il focus attentivo può essere rivolto inoltre a stimoli ritenuti “soggettivamente” importanti. Per esempio un attaccante particolarmente ansioso può focalizzarsi sulla localizzazione dei difensori ma non far caso al possesso palla della squadra. E’ importante capire quando si è focalizzati sul giusto stimolo per poter ottenere una buona prestazione.

Dal momento che lo stato emotivo può influenzare la prestazione sportiva, diventa importante sviluppare tecniche che aiutino gli atleti ad ottenere un buon controllo delle emozioni.

La maggior parte delle tecniche proposte dagli psicologi sportivi rientra nell’ottica cosiddetta cognitivo comportamentale. Essa prevede la modifica dei pensieri, la soppressione di espressioni emotive disfunzionali e la sostituzione con risposte più appropriate, nonché la prevenzione di conseguenze comportamentali disadattive.

Tuttavia considerando anche le funzioni dell’attivazione fisiologica, agli atleti vengono insegnate spesso tecniche di rilassamento e gestione dell’arousal, da applicare in combinazione alle prime.

Tra le strategie cognitive troviamo:

  • Uso del dialogo interno (Self –Talk). Frasi, parole ed incitamenti positivi rivolti a se stessi servono a ridurre i livelli di ansia e tensione e a focalizzarsi su stimoli rilevanti e sulle proprie capacità.
  • Uso dell’immaginazione (Imagery). La visualizzazione di immagini positive attiva emozioni appropriate e stimolanti. Alimenta un senso di autoefficacia e migliora la visione delle aspettative future.
  • Il dialogo socratico. Attraverso domande provocatorie dirette all’atleta, i pensieri e le valutazioni su una determinata situazione vengono messi alla prova, al fine di promuovere una rivalutazione delle percezioni errate. Questa strategia influenza in particolare la valutazione generale dell’evento, ossia la sua rilevanza per l’atleta (del tipo: “non è utile prendere in considerazione questo aspetto visto che non dipende da noi o non c’è niente che si possa fare per modificarlo”).
  • Esperienze correttive. Si parla di sperimentare direttamente le situazioni che risultano problematiche, per apprendere attraverso l’esperienza a gestire le emozioni che insorgono. In questo caso è d’obbligo che l’atleta si senta pronto psicologicamente e fisicamente: l’impegno a cimentarsi con un “ostacolo” deve essere preso in maniera spontanea e consapevole.
  • Approccio didattico. Agli atleti vengono fornite informazioni, istruzioni e delucidazioni sulle emozioni. La procedura può servire per chiarire eventuali dubbi o pensieri distorti rispetto ad alcune problematiche. Per esempio, un atleta che sperimenta un elevato livello di ansia prima di una gara può ricevere istruzioni sul possibile impatto (positivo e negativo) di quest’emozione sulla prestazione, anche attraverso esempi di famose star sportive che vivevano situazioni simili. Questo serve per rendere consapevoli di non essere gli unici a sperimentare questi sintomi. Viene spesso evidenziato come sia utile iniziare con la fase di educazione ed istruzione, prima di introdurre le altre tecniche psicologiche.
  • Ristrutturazione cognitiva. Mira a modificare il significato di uno stimolo. Si può per esempio lavorare sulla visione di uno stimolo come la frequenza del respiro: da segnale di panico (sento troppa ansia, giocherò male oggi) a segnale che indica la necessità di praticare la tecnica di respirazione lenta e profonda (devo rilassarmi come so di poter fare). In questo modo, la ristrutturazione altera la percezione di abilità e la capacità di far fronte ad un evento dell’atleta (valutazione secondaria).

Tra le tecniche per regolazione dell’attivazione fisiologica spuntano invece: il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson, il training autogeno, l’immaginazione emotiva, il riscaldamento, l’ascolto di musica, la creazione di un’oasi di pace, ecc…

Tuttavia l’utilizzo di queste tecniche necessita di precauzioni, dato che alcuni di questi metodi riducono le emozioni negative ma anche quelle positive utili per la prestazione.  E per contro, altri strumenti alimentano l’attivazione di un ampia gamma di emozioni, provocando anche quelle negative che risultano disfunzionali.

E’ necessario conoscere l’atleta e la sua zona di funzionamento ottimale (IZOF, Hanin) per poter predisporre un programma individualizzato di gestione e controllo delle emozioni e dei livelli di attivazione fisiologica.

 

Riferimenti:

Deci, E.L. (1980). The psychology of self-determination. Lexington.

Jones, M.V. (2003).Controlling Emotions in Sport. The Sport Psychologist.

Hanin, Y.L (2000). Individual Zones of Optimal Functioning (IZOF) model: Emotions – performance relationship in sport.

Lazarus, R.S (2000b). How emotions influence performance in competitive sports. The sport psychologist.

 

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Dott.ssa Chiara Francesconi - Psicologa Psicoterapeuta Cognitiva - Fano/Lucrezia/Mondavio - Pesaro Urbino

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