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Anxiety Sensitivity: la sensibilità all'ansia tra i fattori responsabili del disturbo di panico.

 circolo del panicoMoltissime persone soffrono di ansia  e disturbi correlati allo spettro ansioso (ossessioni, fobie, rituali, e altri ancora). Soltanto in alcuni casi però l’ansia si trasforma da stato di preoccupazione – tensione ad un attacco di panico. I terapisti cognitivo comportamentali hanno sviluppato varie ipotesi su un particolare meccanismo psicologico che sembra essere coinvolto e responsabile di questo slittamento verso il disturbo di panico.

E’ il fenomeno dell’Anxiety Sensitivity, la sensibilità all’ansia.

Con questo termine si indica una predisposizione ad essere più “sensibili” all’ansia, cioè più spaventati, timorosi, reattivi ai sintomi innescati e associati a questa emozione.

In altre parole ci sono persone che, presumibilmente fin dall’infanzia, sviluppano particolari convinzioni ed idee rispetto al sentirsi male, al manifestare tensione o agitazione in pubblico, all’essere fisiologicamente attivi (eccitati, agitati, tesi), a ciò che può voler significare o cosa può provocare l’avvertire un dolore o formicolio al petto, agli arti o alla testa, una sensazione di nausea o vertigine, un senso di mancata concentrazione e attenzione.

 

Quando le persone si trovano in una situazione che provoca in loro dell’ansia (cioè una situazione che percepiscono come potenzialmente pericolosa o difficile o su cui fanno rapidi pensieri ansiogeni), ad esempio in attesa di essere interrogati ad un esame o per un colloquio di lavoro, esse si ritrovano a sperimentare i NORMALI sintomi ansiosi. Quando si prova ansia è infatti naturale che il nostro organismo presenti battito del cuore accelerato, sudorazione, tremori o formicolii, tensione, sbandamento, senso di nausea o motilità intestinale, scarsa concentrazione  e attenzione al compito, senso di estraneità all’ambiente, ottundimento. Tutti questi sintomi possono presentarsi assieme o essere presenti singolarmente e ad intensità più o meno elevate a seconda di quanta ansia si prova. 

Se una persona non si spaventa e non associa a questi sintomi null’altro che ansia, è possibile che continuerà a sentirsi ansioso per l’esame o il colloquio ma l’ansia non si trasformerà in panico.

Se una persona, sentendo il battito accelerato o un senso di vertigine, inizia a spaventarsene e a focalizzare l’attenzione sul suo corpo e a chiedersi cosa stia succedendo, iniziando a preoccuparsi di potersi sentire male, se non di poter impazzire o morire da un momento all’altro, allora si scatenerà l’attacco di panico. In altre parole, ciò che si dice: “paura della paura” o paura dell’ansia o dei sintomi ansiosi.

E’ importante ricordare che, questa focalizzazione sul corpo, una volta che si è sperimentato un primo attacco di panico “causale”, può avvenire anche in assenza di una situazione ansiogena innescante l’ansia. In altre parole, non sarà più necessario trovarsi ad un esame e sentire i sintomi ansiosi per allarmarsi!

Le persone restano così preoccupate di potersi sentire di nuovo male in futuro, che continuano a monitorare il loro corpo o a prestarci molta più attenzione, finendo (guarda caso!) per trovare sempre un battito diverso, un tremore improvviso o un'altra variazione fisiologica considerata insolita e preoccupante. Questo allarme porterà l’innesco dell’ansia e dei suoi sintomi, portando la persona a pensare che in effetti sta succedendo qualcosa di brutto, provocando agitazione ulteriore, e così via, in un circolo vizioso che si auto-alimenta.

Il nocciolo del trattamento cognitivo comportamentale dell’attacco di panico è infatti quello di modificare e rendere più flessibili e meno disfunzionali (e spaventose!) le credenze rispetto a tali sintomi e alle loro possibili conseguenze (fisiologiche, psicologiche e comportamentali che siano).

In altre parole, il primo passo per affrontare l’attacco di panico sta nel “familiarizzare” con i sintomi ansiosi, starci assieme, osservarli ma non giudicarli o reagire ad essi con terrore.

Solitamente è utile anche comprendere l’origine di tali credenze sull’ansia: dove, in che modo, chi potrebbe aver trasmesso che tremare o avere una palpitazione è segnale di malore imminente? Qualcuno ci diceva che non dovevamo agitarci troppo o ci saremmo sentiti male? Che è sconveniente mostrarsi arrossati, sudati o tremolanti? Abbiamo ricordi di persone che non sono state soccorse adeguatamente dopo uno svenimento o che sono state derise per questo?... Questi e tanti altri ricordi passati simili vanno esaminati ed indagati con l’aiuto del terapeuta.

Quando si riescono ad affrontare situazioni ritenute ansiogene, senza che si scatenino attacchi di panico violenti, si passa alla seconda fase che consiste nel mettere in discussione le idee ansiose rispetto a particolari eventi di vita quotidiana (cioè le situazioni che provocano l’ansia o tensione iniziale).

In altre parole, anche se non tutti gli ansiosi che si trovano ad affrontare un colloquio di lavoro sviluppano un attacco di panico, potrebbe essere utile per tutti iniziare ad agitarsi meno in vista di questa situazione, per poterla comunque affrontare meglio e più serenamente.

 

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Attacchi di panico: una prigione da cui evadere.

 

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Riferimenti terapeutici

Schema Therapy, Teoria dell'Attaccamento, Circle of Security, Mindfulness, Alleanza Terapeutica, Psicoeducazione.

Autori: J.Young, J.Bowlby, Jon Kabat Zinn, G. Liotti, Aaron Beck & Albert Ellis

Dott.ssa Chiara Francesconi - Psicologa Psicoterapeuta Cognitiva - Fano/Lucrezia/Mondavio - Pesaro Urbino

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