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Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo: la nuova categoria “ARFID” per identificare comportamenti alimentari squilibrati, spesso presenti in bambini e pre-adolescenti.

alimentazione bambiniIl disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (in inglese, riassunto nell’acronimo ARFID) è una categoria diagnostica inserita nell’ultima edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Fino a poco tempo fa, tutti i problemi alimentari che non rientravano a pieno nelle patologie ben note di anoressia, bulimia e binge eating, finivano in una generica etichetta di “disturbo alimentare non specificato”. Con gli ultimi aggiornamenti in materia, si possono finalmente connotare le molte sfaccettature dei restanti disordini alimentari. 

In particolare, in questo articolo, parliamo di “disturbo evitante/restrittivo dell’alimentazione”.

 

Cos’è e come si manifesta?

L’ARFID (così citato in lingua inglese) è un disturbo della nutrizione che si manifesta attraverso una prolungata incapacità di raggiungere e soddisfare gli appropriati bisogni nutrizionali e/o energetici. Questa difficoltà può essere dovuta a comportamenti di vario tipo, che vanno dall’apparente mancanza di interesse per il cibo, all’evitamento di alcuni alimenti sulla base delle loro caratteristiche sensoriali, per finire con le preoccupazioni relative alle possibili conseguenze negative del mangiare.

Alcuni bambini e ragazzi possono infatti presentare un’elevata sensibilità sensoriale che può far percepire in maniera amplificata (e spiacevole) il colore, l’odore, la consistenza, la temperatura e il gusto di particolari alimenti, portando al loro rifiuto. 

Anche esperienze personali negative (dirette o indirette, per sentito dire o visto in tv…) possono portare ad un’alimentazione squilibrata. Il timore che un cibo possa far male, che procuri conseguenze negative come vomito o allergia o che alcune consistenze possano provocare soffocamento, sono tutte ansie che portano una selettività alimentare.

La restrizione alimentare che viene a verificarsi può portare varie conseguenze associate:

  1. Significativa perdita di peso (o mancato raggiungimento del peso ideale)
  2. Significativo deficit nutrizionale
  3. Dipendenza dell’alimentazione da supplementi nutrizionali orali
  4. Marcata interferenza con il funzionamento psicosociale

Il disturbo da evitamento e restrizione legato a disinteresse per il cibo o per estrema sensibilità sensoriale, si sviluppa comunemente in età infantile (entro i 10 anni), ma può finire per persistere e continuare anche in età adulta. Non ci sono invece età specifiche per sviluppare un evitamento alimentare legato al timore delle conseguenze negative (possiamo iniziare a rifiutare alcuni cibi, per timore di star male e di strozzarci anche a 50 anni! A seconda di quando capita un’esperienza negativa!)

E’ importante tenere a mente che la restrizione dell’alimentazione, nel caso di questa problematica, non ha a che fare con vissuti negativi del proprio corpo, dell’immagine corporea o con timori di ingrassare e aumentare di peso.

 

Che cosa fare? Quale trattamento?

Richiedere una consulenza psicologica, oltre che il consulto medico-pediatrico per il controllo dei parametri nutrizionali e di crescita, può aiutare genitori e familiari a capire le cause di tali comportamenti e rifiuti alimentari. La comprensione delle cause può dare a questo punto indicazioni sulle migliori strategie per ovviare al problema. 

Solitamente si ricorre alla psico-educazione alimentare (rivolta agli adulti che si occupano dell’organizzazione dei pasti e delle regole della tavola), alla tenuta di diari alimentari (per monitorare nel dettaglio l’introito calorico e nutrizionale, ma anche per passare al vaglio le possibili cause di rifiuto/selezione del cibo), allo sviluppo di metodi alternativi per coinvolgere i bambini nei pasti e alla scoperta di nuovi cibi. Soltanto nei casi in cui si incontrino problematiche ansiose o depressive, si consiglia di procedere ad una terapia individuale cognitivo-comportamentale mirata sul bambino/ragazzo. In tutti gli altri casi, è buona norma il solo lavoro con gli adulti di riferimento.

 

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Dott.ssa Chiara Francesconi - Psicologa Psicoterapeuta Cognitiva - Fano/Lucrezia/Mondavio - Pesaro Urbino

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